Memorie-2018

 

 

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DA ROMA ALLA TERZA ROMA

XXXV SEMINARIO INTERNAZIONALE DI STUDI STORICI

Campidoglio, 21-22 aprile 2015

 

 

AAntonio Carile

Università di Bologna

 

COSTANTINOPOLI NUOVA ROMA: POPOLI, IMPERO E EVOLUZIONE SOCIALE

 

 

Sommario: 1. L’impero universale cristiano. – 2. Universalità imperiale e signorie locali dell’aristocrazia. – 3. Assimilazione al cristianesimo dei popoli slavi. – 4. Dell’impero. – 5. Mutamento dei ceti di governo fra VII e VIII secolo. – 6. Militarizzazione dell’impero di contro al califfato. – 7. Ruolo della marineria nell’VIII-IX secolo. – 8. Difesa del possesso fondiario medio piccolo contro il latifondo. – 9. Esercito e agricoltura. – 10. Assolutismo imperiale e ruolo degli eunuchi. – 11. Prevalenza dell’aristocrazia militare.

 

 

1. – L’impero universale cristiano

 

L'ideologia della basileia, denominata anche in modo equivalente monarchìa, la concezione del potere imperiale e il culto del sovrano, divengono la matrice della forma di stato e società nell’impero romano-orientale. In essa si evidenzia la diretta derivazione dalle concezioni ellenistiche della regalità, quali già sono stereotipate in un testo del II secolo a.C. eminentemente interculturale, la Lettera di Aristea a Filocrate, che di lunga fortuna e tradizione testuale godrà nella alta cultura romano-orientale. L'autoritarismo degli imperatori militari fin dal III secolo d.C. trovò nella cultura filosofica e storiografica una ossequente rispondenza non priva di speculazioni mistiche sulla divinità del monarca, tema della tradizione faraonica e siriana, mitigato in quello della scelta divina del sovrano nella tradizione persiana ed ebraica, che si incontrava con le forme arcaiche della regalità ellenica, caratterizzata dalle genealogie divine dei sovrani.

Il I secolo segna il momento saliente dell'assunzione della ideologia politica ellenistica nella riflessione delle personalità eminenti dell'impero romano e della diffusione del culto del sovrano a Roma, che, sul piano cerimoniale, e forse magico, marcava le manifestazioni cortesi e urbane della divinità del potere e del regnante, concezione che attraverso il rituale imperiale ha segnato le tradizioni nazionali e la liturgia ecclesiastica di Europa. Nel IV secolo la divinità del potere imperiale si coniuga con la finalità di salvezza universale del cristianesimo e gli imperatori, senza più pretender una divinità propria, si presentano come investiti personalmente da Dio della loro missione trascendente di salvezza della umanità.

 

 

2. – Universalità imperiale e signorie locali dell’aristocrazia

 

La visione trascendente del potere imperiale, metastoricamente proiettata in un programma di salvezza universale, viene sfidata dalla contestazione dei ceti aristocratici, in profonda evoluzione sotto la pressione della autocrazia e di fatto gestori di un largo potere territoriale nell’ambito dei loro latifondi. Poiché tendono ad allontanarsi dal servizio militare, mentre l’impero necessita di un largo impegno difensivo tramite truppe stanziali e tramite un esercito di movimento, risorse e potere tendono a passare nelle mani dei militari. I ceti di aristocrazia senatoria subiscono un drastico ridimensionamento ad opera della autocrazia militare nel corso del tracollo territoriale fra VII e VIII secolo, perché ad essa debbono cedere le risorse economiche e le posizioni politiche di cui si alimentano le clientele autocratiche.

La espansione territoriale è estranea al processo di formazione dell’impero romano-orientale, infatti è una porzione dell’impero romano, sopravvissuta alla germanizzazione dell’Europa occidentale, alla slavizzazione della Penisola Balcanica e all’arabizzazione del Crescente Fertile. Solo in un paio di periodi della sua storia l’impero romano-orientale ha tentato politiche espansionistiche: durante la riconquista giustinianea nel VI secolo e durante le riconquiste della dinastia macedonica nel X secolo, culminate nel IX secolo con la riconquista di Creta e di Antiochia e nei primi decenni dell’XI secolo con la sottomissione della Bulgaria e l’annessione del regno di Armenia.

 

 

3. – Assimilazione al cristianesimo dei popoli slavi

 

Dal punto di vista culturale la sua ideologia imperiale universalistica, la capacità di assimilazione al cristianesimo dei popoli slavi (Moravia nell’863), della Bulgaria turco-slava (865) e della Rus’ kieviana (988) è un elemento tipizzante degli “imperi” come vengono elaborati dalla politologia moderna.

 

 

4. – Dell’impero

 

Nel VI – VIII secolo si verificano la invasione longobarda d’Italia (568) e la successiva caduta dell’Esarcato nel 751 in Italia centro-settentrionale; con la invasione di Avari, Slavi e Bulgari della Penisola Balcanica (544, 558-559, 566, 580-582, 592-602, 614, 616-617); nel VII secolo si verifica la conquista araba di Palestina, Siria ed Egitto (634-642), e la conquista della Hispania fra il 612 e il 615, quando l’impero doveva fronteggiare l’espansionismo sasanide, ad opera dei Visigoti di re Sisebuto: certamente Cartagena andò perduta durante il governo di Eraclio, non sappiamo se per mano di Sisebuto o di Suintila. Gli ultimi centri della Hispania imperiale scomparvero negli anni 625-626 e Cartagena perde anche il suo rango episcopale, oltre ai notevoli danni materiali subiti. I romano-orientali continuarono a essere presenti nelle Baleari e a Ceuta ma la situazione in cui si venne a trovare Eraclio gli impedì ogni altra iniziativa in Hispania. Nell’impero in costante regressione territoriale dalla seconda metà del VI secolo, agli ultimi decenni del IX secolo con la conquista araba dell’Africa dal 641 al 704; con la perdita della maggior parte della Sicilia nell’ 827-901, ad opera degli emiri di Kerouan (Tunisi), e di Creta (826-827) ad opera di musulmani di Spagna – si verifica un arroccamento anatolico che consente la sopravvivenza dello stato di fronte all’espansionismo del califfato di Damasco e una resistenza marinara che appare agli occhi di Costantino VII Porfirogenito come una forma di talassocrazia.

 

 

5. – Mutamento dei ceti di governo fra VII e VIII secolo

 

La destrutturazione territoriale produce un avvicendamento di ceti al governo: perde importanza la vecchia aristocrazia senatoria, sul piano economico con lo sfaldamento dei latifondi e sul piano politico con l’accentramento militare delle competenze di gestione. Il potere politico si regge su un sistema di riscossioni fiscali su commerci e possessi fondiari, e sulla espansione del patrimonio pubblico di terra, che consentono il mantenimento di un esercito stanziale di circa 150.000 unità, retribuite in denaro e in terre coltivabili, e su una burocrazia molto ramificata. Su tutto il simbolo unificante dell’imperatore e del suo cerimoniale.

Gli antichi ceti urbani, sottoposti ai carichi curiali, scompaiono all’interno della gerarchia imperiale, vuoi per alleanza e combinazione matrimoniale, vuoi per esproprio. In questo processo la gerarchia imperiale si connota come nuova aristocrazia, nel senso di gruppo di governo, élite del potere, non necessariamente provenienti dalla classe dominante della grande proprietà terriera anche se poi ad essa assimilati; quindi aristocrazia di servizio imperiale non aristocrazia come autonoma istanza sociale in grado di contrapporsi alla autocrazia. Monarchia aristocratica e monarchia autocratica si scontrano sulle pagine dei trattatisti politici da Costantino a Giustiniano, mentre i militari latini di estrazione balcanica tengono saldamente in pugno le redini del potere che si tramandano per via familiare fino all’avvento del greco Maurizio.

Sotto il profilo ideologico la missione metastorica che caratterizza la ideologia imperiale viene caratterizzata da Giovanni Damasceno con queste parole: «la vera e legittima monarchia è causa della pace, dell’ordine e della quiete, e dello sviluppo al meglio». In teoria il suo potere è assoluto ma in pratica viene condizionato dall’esercito, dal clero e dai moti popolari che si susseguono costantemente nella storia dell’impero dal VI all’XI secolo, ma con movimento centripeto, cioè per sostituire l’imperatore regnante, non per abbattere l’impero.

La basileia ton Rhomaion è in compenso una antesignana del sistema della monarchia assoluta, con le caratteristiche strutturali e organizzative che in Europa occidentale si verificheranno compiutamente per alcune monarchie fra XV e XVI secolo, dopo la disastrosa guerra dei Cento Anni fra Francia e Inghilterra (1339-1453) e fra XVI e XVII secolo nel corso delle guerre per la egemonia fra Francia e Spagna (1667-1713) e fra Francia e Sacro Romano Impero (1672-1719).

Dall’età costantiniana alla età giustinianea la ampia estensione del territorio, gravitante sugli stretti dei Dardanelli, la talassocrazia, la ricca concertazione di città anatoliche e del crescente fertile, vero motore economico dei traffici mediterranei, il respiro internazionale del governo romano-orientale; sono elementi che conferiscono alla autocrazia militare quel carisma ecumenico e quell’alone trascendente che la tradizione imperiale romana faceva riverberare sulla nuova realtà di governo. La divinità del potere, la stoica provvidenza, erano transitate nella nuova cultura cristiana, obliterando appena la nozione della divinità del monarca, rimpiazzata con quella del primato antropologico conferito all’imperatore dalla scelta imperscrutabile di Dio per la gestione del potere e la missione di salvezza del genere umano, scelta peraltro revocabile in caso di tirannide.

L’età giustinianea è effettivamente un periodo di espansione territoriale nel senso classico dell’impero, espansione atta a consolidare il dominio delle rotte marittime dal Mar Nero al Mediterraneo e dunque di vantaggio per gli scambi commerciali e l’incremento della produttività agricola e artigianale smerciata attraverso le città costiere. Il soldo d’oro diviene moneta di tesaurizzazione internazionale. Ridurre l’economia monetaria alla semplice coniazione, come se fosse possibile disporre di riserve auree senza forza economica effettiva e cogliere nel soldo solo un mezzo di propaganda internazionale sembra una semplificazione da ignari di economia.

 

 

6. – Militarizzazione dell’impero di contro al califfato

 

Ma alla espansione segue un lungo periodo di perdite territoriali in Italia e nella Penisola Balcanica, in cui i costi dell’esercito pesano gravemente sulla economia imperiale non in grado di farvi fronte. E’ il problema che Münkler definisce “sovrespansione imperiale”, cioè un eccesso di spese militari per la conquista o difesa del territorio che indebolisce l’impero e la sua capacità di resistenza. Le vicende politiche internazionali dalla età di Eraclio alla età degli iconoclasti segnano il tracollo territoriale della antica compagine imperiale a raggio mediterraneo. L’ostilità del califfato di Damasco, sostenuta ancor prima della loro islamizzazione dalle società del Crescente Fertile, fonte di risorse granarie, di redditi fiscali e centro di produzione dell’oro sudanese, apre un’era di competizione politica ed economica fra impero romano-orientale e impero islamico che marca il crollo economico e civile del sistema cittadino della Anatolia. La riduzione di disponibilità demografiche, nella Penisola Balcanica, in Anatolia, in Siria e in Egitto, spinge il governo imperiale romano-orientale al reclutamento armeno dei quadri militari, con effetti sulla struttura della gerarchia e sulla stessa dinastia, come si vedrà dal secolo IX in poi. In ogni caso la carenza di disponibilità economiche produce un conflitto autoriduttivo all’interno della gerarchia imperiale: basti pensare allo sterminio operato da Focas (602-610) a danno della famiglia e della clientela dell’imperatore Maurizio (582-602) che rappresentava la fine della dinastia giustinianea: si trattò dunque dell’avvicendamento di quasi tutto il ceto dirigente selezionatosi da Giustino I (518-527) a Giustino II (565-578) e Tiberio II Costantino (578-582), ceto i cui interessi sono alla base della continuità dinastica, al di là della persona dell’imperatore.

L’età di Eraclio (610-641), pur con i suoi successi militari contro Avari e Persiani, registra la scomparsa delle nuove coniazioni in oro supplito dalla bella moneta d’argento dell’esagramma nel 616. Le necessità finanziarie sono tali che il potere autocratico si trova ad allungare le mani sui tesori delle chiese, compreso il tesoro lateranense del papa di Roma, aprendo in età eracliana un contenzioso che si approfondirà in età iconoclastica e porrà la radice dello scisma fra le due chiese.

Il periodo da Eraclio a Teodosio III (715-717) segna il tracollo territoriale ed economico dell’impero, in effetti ridotto a stato regionale anatolico, sostenuto però da una talassocrazia che consente il controllo delle merci e della formazione dei prezzi soprattutto dell’Occidente, e che si accompagna peraltro ad una spontanea gemmazione di società regionali decise a sopravvivere nell’assetto culturale e politico proprio al disfacimento del sistema imperiale. Le cosiddette “ribellioni” di truppe locali, assunte dalla storiografia occidentale ad indice del malgoverno romano-orientale, esprimono al contrario quella volontà di resistenza locale contro la minaccia del califfato di Damasco e degli emiri arabi che porterà i regoli asturiani a resistere alla invasione araba di Spagna fino alla vittoria di Covadonga del re don Pelayo nel 716, anteriormente alla capacità di opposizione dei carolingi e alla resistenza delle truppe guidate da Leone III (717-741) sullo stretto dei Dardanelli, la porta orientale della Penisola Balcanica e dell’Europa, che i califfi non riuscirono a varcare, grazie alle truppe iconoclaste.

 

 

7. – Ruolo della marineria nell’VIII-IX secolo

 

In questo contesto di spirito di resistenza e di esaurimento di risorse pubbliche i ceti artigianali e mercantili soprattutto connessi con l’arsenale di Costantinopoli, vengono valorizzati in una decisa presa di posizione politica che culminerà nella scelta marinara di Eraclio e di Costante II, pronti a trasferire il baricentro dell’“impero” da Costantinopoli Nuova Roma, ritenuta indifendibile, al nodo delle rotte mediterranee fra Cartagine e Siracusa che devono assicurare il mantenimento dell’esercito. Niceforo I mediterà addirittura di stabilire una regime “democratico” cioè di governo del popolo delle arti della città imperiale, che aveva sostenuto lo sforzo economico e aveva fornito la flotta su cui si basava la resistenza militare romano-orientale alla superpotenza del califfato dilagante dalla Persia alla Spagna e deciso ad espugnare Costantinopoli Nuova Roma.

 

 

8. – Difesa del possesso fondiario medio piccolo contro il latifondo

 

Il riaccentramento territoriale e la capacità di resistenza ed espansione militare di Leone III e Costantino V suscitano un largo consenso verso una politica aggressiva di asserzione della autocrazia contro gli accumuli di potere economico di chiese e monasteri, in larga parte istituzioni signorili e di proprietà privata del fondatore, condotta con i metodi del fiscalismo bizantino contro cui incentra la sua critica eversiva santo Stefano Iuniore che, nel rifiutare l’oro in quanto “kovpro tou satana”, provvede a disperderlo a vantaggio della comunità fiscale di paese, cioè propone una società svincolata dalla morsa economica e politica del centralismo imperiale, probabilmente su base “democratico-ecclesiale”, contro cui si scatena la violenza istituzionale di Costantino V. La possibilità politica nel senso del decentramento principesco pilotato dagli alti gerarchi ecclesiastici, è evidenziato dalla parabola politica del patriarcato romano a partire dalla gestione di papa Zaccaria nonché dall’episodio collaterale dell’arcivescovo di Ravenna.

 

 

9. – Esercito e agricoltura

 

L’esercito, l’agricoltura, di cui viene difesa la piccola e media proprietà contadina specialmente dei militari dotati di terre pubbliche in cambio di servizio militare, la struttura amministrativa dell’impero e la macchina ideologica della corte e del potere imperiale consolidano l’impero del IX-X secolo e permettono notevoli successi in ambito territoriale, come la riconquista di Creta, la riconquista della Siria e di parte della Mesopotamia e la sottomissione della Bulgaria. Fondamentale è il successo della cristianizzazione dei popoli slavi, che conferisce all’impero romano-orientale un prestigio e un significato storico che dura anche dopo la sua scomparsa politica.

Il codice rurale dell’VIII secolo ma di lunga durata tradizionale mostra la presenza di larghi strati di piccolo e medio possesso contadino nelle comunità di paese, possessi scalati secondo la disponibilità di bovini da lavoro: boidati, zeugarati e dizeugarati, cioè nuclei contadini che possiedono un solo bue, oppure un giogo di buoi o due gioghi di buoi. I grandi possessori fondiari dispongono di varie unità di gioghi bovini e dal punto di vista fiscale non rientrano nelle comunità di paese, caratterizzate dalla solidarietà fiscale dei vicini di fronte alla amministrazione centrale. I buoi non vengono dunque considerati come fonte di carne e l’uccisione di un bue può causare la esecuzione dello schiavo che l’ha provocata. La dinastia macedonica, da Romano Lecapeno a Basilio II mise in opera una politica di contenimento del latifondo signorile a vantaggio del piccolo e medio possesso contadino e del fisco imperiale. La legislazione imperiale del IX-XI secolo cercherà di proteggere le comunità di paese dalla ingerenza di grandi possessori fondiari, perché essi sono spesso in grado di non pagare le tasse, illegalmente o anche legalmente per privilegio imperiale.

Il grande possesso episcopale e monastico rientrano nella medesima categoria dei grandi possessori fondiari. Ma al grande possesso ecclesiastico gli imperatori cercano di imporre un limite e una funzione utile all’impero vietando nel IX secolo la cessione di terre private agli enti ecclesiastici (si potevano fare lasciti solo in moneta) e poi conferendo in charistikion, cioè in “donativo” a grandi funzionari imperiali la gestione di monasteri: il primo esempio si verifica sotto Costantino IX Monomaco ai danni della Grande Lavra del Monte Athos.

 

 

10. – Assolutismo imperiale e ruolo degli eunuchi

 

Il centralismo imperiale si esprime con la attenzione prestata al sistema fiscale e all’ordinamento dell’esercito, ma anche tenendo a bada le pretese della aristocrazia militare, talvolta dotata di truppe private, che viene messa in concorrenza con uno speciale personale di corte, gli eunuchi, cui si affidano importanti cariche civili e militari, classe di persone che sono affini ai ministeriali del Sacro Romano Impero di Nazione Germanica, cioè persone slegate dal contesto aristocratico e interamente dipendenti dall’imperatore: sono anzi spesso schiavi di origine paflagone. Malgrado la proibizione emessa nel 558 da Giustiniano nella novella 142, la Paflagonia era un centro di confezione degli eunuchi. L’evirazione dei figli maschi e la loro vendita come schiavi per il servizio di corte era ancora nel IX secolo una delle risorse dell’economia della regione. Funzioni di rilevo furono affidate ad eunuchi e servitori personali dell’imperatore dal V all’XI secolo.

 

 

11. – Prevalenza dell’aristocrazia militare

 

Ma con il prevalere della aristocrazia militare nell’XI secolo con le dinastia dei Comneni si verifica una espansione del sistema signorile nelle campagne e un indebolimento del potere centrale proprio mentre Turchi da Oriente e Latini, cioè occidentali da Occidente aggrediscono in vario modo l’impero romano-orientale, che deve ricorrere a truppe straniere compensate con risorse economiche del fisco: le città marinare italiane forniscono flotte da guerra in cambio di esenzioni fiscali nel mercato romano-orientale, le truppe di terra sono spesso formate di mercenari di incerta fedeltà e disposte ad avventure politiche, come normanni e catalani.

La cultura romano-orientale mantenne una costante attenzione geopolitica verso lo scacchiere mediterraneo e balcanico in cui la sua azione si svolgeva: Cosma Indicopleusta nel VI-VII secolo, il de administrando imperio di Costantino VII porfirogenito nel 952, i rapporti diplomatici con tutti i potentati confinanti, musulmani o cristiani, sono una costante della azione politica dell’impero, che ha una coscienza precisa della funzione dei mari e delle possibili alleanze con principati stranieri, fino a giungere sotto Manuele Comneno al progetto di fusione del regno di Ungheria con l’impero, sotto un imperatore ungherese marito della porfirogenita Maria figlia dell’imperatore.

La conquista della IV Crociata e la conseguente formazione di un impero latino di Costantinopoli, esaurito nella capitale entro il 1261 ma perdurante in periferia, Creta e le isole ionie fino al XVIII secolo; la progressiva conquista prima selgiucchide poi ottomana della Anatolia e anche della Tracia, provocarono la scomparsa territoriale dell’impero, anche se la sua eredità ideale prese a emigrare verso la Russia e anche se il prestigio del patriarcato ortodosso di Costantinopoli rimase a lungo intatto.

 

 

[Un evento culturale, in quanto ampiamente pubblicizzato in precedenza, rende impossibile qualsiasi valutazione veramente anonima dei contributi ivi presentati. Per questa ragione, gli scritti di questa parte della sezione “Memorie” sono stati valutati “in chiaro” dal Comitato promotore del XXXVI Seminario internazionale di studi storici “Da Roma alla Terza Roma” (organizzato dall’Unità di ricerca ‘Giorgio La Pira’ del CNR e dall’Istituto di Storia Russa dell’Accademia delle Scienze di Russia, con la collaborazione della ‘Sapienza’ Università di Roma, sul tema: MIGRAZIONI, IMPERO E CITTÀ DA ROMA A COSTANTINOPOLI A MOSCA) e dalla direzione di Diritto @ Storia]